Mini-Agorà, per grandi esploratori di comunità

3 Aprile 2021• di Antonio Lattuca

C’è sempre un dove, c’è sempre un quando ma soprattutto ci sono infiniti e unici perché… non li capisci mai tutti sin da subito, anzi. Sai da dove parti, sai che attraverserai alcune tappe e che ti aspetteranno tanti incontri…Sai che ti meraviglierai, in questo straordinario “fare comunità”… lo sai già perché fare memoria e rivivere “per immagini e per parole” la storia di #Oltreiperimetri è un’opportunità nuova. Sai che è un viaggio di rilancio (ora che è tutto fermo: sì, viaggiare!) e hai la fortuna di condividerlo con colleghi meravigliosi e con persone che interpretano la propria “cittadinanza” con responsabilità, attenzione e soprattutto “in relazione”. Di questo si tratta, costruire insieme.
Per realizzare il Webdoc di #Oltreiperimetri, il racconto di una storia di sei anni di comunità Rhodense, noi operatori dell’#Oltreiperimetri Café di Rho, Alessandra, Antonia, Antonino, Barbara ed Elisa, con il prezioso supporto dei cittadini attivi Bianca, Manuela, Nicolò e Silvia, abbiamo creato (o meglio rivisitato) il format della “Mini-Agorà”: un incontro in una piazza virtuale, replicato più volte e con persone sempre diverse, a cui invitare chi si è impegnato per la propria comunità e in cui favorire lo scambio di esperienze e la raccolta di foto e riflessioni, prima in grande gruppo e poi nelle ormai famose “stanze” di Zoom.

Non è stato semplice capire cosa volessimo fare e come farlo ma abbiamo iniziato a camminare insieme… a piccoli passi, con grandi domande e con altrettanto grandi sorrisi.

Al lettore dobbiamo fare una confidenza: nessuno di noi sa bene cos’è un webdoc e come lo si costruisce (non lo sappiamo ancora perché ad oggi, mentre scriviamo di questa nostra esperienza, ne abbiamo solo intravisto la struttura e i colori). Nessuno di noi ha mai scritto un racconto né tanto meno un’autobiografia di comunità. Ci siamo fidati di chi, nel primissimo incontro, ci ha dimostrato che buoni esploratori possono sempre trovare contenuti “che vale la pena raccontare”, anche in una galleria fotografica di qualsiasi cellulare, e che con semplici domande possiamo creare opportunità di conoscere e far riconoscere gesti, emozioni o sogni che parlano anche di noi, del nostro essere umani, membri di una comunità (o addirittura di una civiltà) che ha tratti ben visibili.

C’è voluto un po’ di tempo per trasformare questa primissima consapevolezza in un’azione concreta (come piace a noi pragmatici), circa un mese: i primissimi incontri del gruppo di lavoro ci sono serviti per capire che potevamo “accettare di non aver capito bene” quale fosse la meta e per prenderci il nostro piccolo ma ben definito ruolo in una faccenda che abbiamo compreso essere molto articolata: ci saremmo connessi con altre persone che si sarebbero prese cura dei materiali da noi raccolti, con tecnici che avrebbero riorganizzato il tutto e con esperti informatici e della comunicazione che avrebbero rifinito il prodotto finale. Saremmo entrati in relazione soprattutto con diverse persone impegnate sul territorio, cittadini che amano fermarsi e guardare “quello che è successo per davvero” nel loro agire per la comunità, non solo per condividere le esperienze ma soprattutto per riviverne le emozioni.

E così è partita la cosiddetta fase di reperimento: chiamate su chiamate (call e recall). In parallelo briefing per rifinire la conduzione dei cinque incontri realizzati nelle stanze di Zoom, le domande da porre e soprattutto essere pronti alla gestione tecnica delle riunioni online (aiuto la tecnologia!). Esploratori di comunità, col caschetto della collaborazione, con la bussola della fiducia e ora con un nuovo zainetto ricco di visioni: così abbiamo raccolto circa 250 fotografie e 150 testimonianze audio.

Fare memoria collettiva attraverso immagini e didascalie, audio-riflessioni, incontri in cui persone che si conoscevano si sono ritrovate o persone tra loro sconosciute si sono riconosciute nell’impegno per la comunità, è stata una bella storia. Una bella opportunità per chi come noi ha contribuito ad alimentarla, per chi ha dato il proprio contributo e, ne siamo sicuri, per chi navigherà tra i riflessi verde acqua del Webdoc di #Oltreiperimetri

La mega agorà con le/i professioniste/i

15 Marzo 2021• di Jessica Cremonesi

“È bello ritrovarvi e ritrovarsi. Abbiamo condiviso pezzetti di strada o lunghi tragitti ed essere qui il venerdì pomeriggio è testimonianza di quanto il lavoro di tessitura di legami tra operatori sia stato profondo e prezioso. Tutti e tutte a vario titolo avete attraversato il progetto e sapete quanto il cibo sia stato un elemento fondamentale di OP, un elemento di unione forte. Ogni pietanza che si rispetti deve essere preparata con attenzione, procedendo con cura alla scelta degli ingredienti. Vi domandiamo allora: quali sono i 5 ingredienti immancabili di OP, quelli che hanno lo hanno reso ciò che è?”

Con queste parole Chiara introduce il laboratorio social-culinario che ci attende.

Un momento di riflessione e piano piano la nuvola di “mentimeter”, lo strumento di lavoro che utilizziamo sempre più spesso dopo la rivoluzione tecnologica imposta dal lockdown, prende forma e si riempie di parole.

Prendete una buona dose di “condivisione”, un foglio bianco ancora da scrivere e mettetelo su un tavolo, circondato da idee, immagini, sogni, un progetto e delle aspettative.

Ogni cosa, ben pensata e pesata, avrà un suo momento di utilizzo, quindi non abbiate fretta. In questi anni la condivisione è stata fondamentale: ci siamo presi e prese per mano, ognuno/a con la propria fatica, pensieri ed emozioni, ognuno/a con un ruolo e le sue specifiche competenze. Tutti questi elementi sono stati presi con delicatezza e messi su un piatto, shakerati e ridistribuiti tra tutti, in maniera omogenea, rendendo così “la fatica meno faticosa”, come ci racconta Camilla, presidente dell’Associazione Genitori di Arese.

La condivisione viene seguita e miscelata con un secondo ingrediente: la “contaminazione”, QB.

Contaminazione ha significato far dialogare tra loro realtà che fino a quel momento si ritenevano lontane, è l’elemento che fa da legante, l’uovo che con la sua consistenza garantisce che le varie fasi della ricetta possano coesistere, senza separarsi nei vari elementi che la compongono.

L’utilizzo di questo ingrediente è stato essenziale per allenare lo sguardo, per capire – ad esempio – che un educatore finanziario non è legato solo e soltanto al mondo della produttività, dell’interesse e del guadagno, ma anche a una dimensione educativa, di sostegno, di condivisione di un percorso, di insegnamento e fiducia.

Prendere ora del “sostegno”, un ingrediente portato non solo dagli operatori e dai professionisti ai cittadini, ma anche da operatori/operatrici ad altri/altre operatori/operatrici, da cittadini ad altri cittadini e anche da cittadini a operatori, in un gioco di combinazioni e scambi.

Mettere ora un’abbondante spolverata di “sperimentazione”, il pepe del progetto, ciò che dà sapore. Questo ingrediente è stato presente sul tavolo della nostra cucina fin dall’inizio.

OP è stato una sperimentazione permanente, un’onda di creatività pedagogica unica; non ci si è mai sentiti/e arrivat/ei. È stata una sperimentazione che ci ha permesso di muoverci verso nuovi concetti, parole e luoghi con una forte potenza immaginifica, ci racconta Michela.

Per concludere, aggiungere chili e chili di “innovazione”. Francesca ci spiega che ha sempre avuto la sensazione che OP portasse novità sul territorio, novità che hanno poi avuto ricadute sulle altre realtà: nuove pratiche e nuove prassi che sul territorio non si erano mai viste. Mettere in forno, a temperatura bassa, per una cottura lenta e uniforme. Utilizzare la funzione “forno ventilato”, per fare in modo che il calore si propaghi in maniera omogenea, permettendo alla pietanza di rimanere croccante all’esterno e morbida all’interno. Cuocere per circa 5 anni in modo tale che si crei una struttura solida e resistente che dia al progetto la giusta stabilità, pur mantenendo morbido l’interno, forte dei legami comunitari che piano piano, con l’avanzare della cottura, si vanno creando.

É una ricetta che prevede infinite varianti: ogni comunità può aggiungere il proprio ingrediente segreto, rendendola unica. Questa è la variante che ha proposto e sperimentato il progetto di Oltre i perimetri sul territorio del Rhodense e, se vi andrà di provarla, aspettiamo le testimonianze del risultato ottenuto.

La mega agorà con gli amministratori

5 Febbraio 2021• di Jessica Cremonesi

Il venerdì pomeriggio porta con sé delle sensazioni strane: da un lato il pensiero del weekend che sta per iniziare, e quindi energia e voglia di fare, dall’altro spesso ci trasciniamo la stanchezza della settimana che abbiamo alle spalle e che, a volte, rende le ultime ore della giornata davvero faticose. E così, con questa miscela di sensazioni che ognuno portava con sé, operatori del progetto Oltre i perimetri-Rica, assessori e sindaci del Rhodense si sono ritrovati nell’ormai consueto spazio virtuale di Zoom, per quella che è stata amorevolmente ribattezzata Mega Agorà.
Quello che il termine Agorà porta con sé ce lo siamo raccontati più volte, condividendo la bellezza dell’immagine di una piazza colma di persone, luogo di incontro e di scambio. É quel mega che oggi fa la differenza. Mega perché è forse la più importante lungo il nostro cammino. È quella in cui invitiamo alla partecipazione attiva i nostri πολιτικοι, quella in cui chiediamo loro di fare ciò che hanno fatto anche i loro cittadini, di mettersi in gioco con pensieri ed emozioni. E così, ognuno incasellato nel proprio schermo, ci ritroviamo, ci aspettiamo, e partiamo.
Iniziamo spiegando loro cos’è quel WebDoc di cui, da lungo tempo, sentono parlare: una collezione di materiali di diversa natura raccolti in un unico contenitore, un album di memorie condiviso per valorizzare il patrimonio narrativo raccolto in questi anni sul nostro territorio e per pensare insieme a “come si fa quello che abbiamo fatto”.
In fondo, fare un racconto di comunità non poteva che essere fatto in una logica comunitaria, perché che senso avrebbe avuto affidare a un altro un racconto che può essere scritto come autobiografia? Cittadini comuni da un lato, πολιτικοι e operatori dall’altro, che si raccontano per fare insieme la storia del presente della propria terra, condividendo il sogno di renderla accessibile a tutti, ciascuno in base al proprio sentimento: si potranno ascoltare voci, leggere lettere, guardare fotografie per ritrovare, magari, luoghi e volti noti.
L’atmosfera si rinvigorisce, l’introduzione fatta da Stefano Laffi scalda i cuori, scioglie i pensieri, e tutto diventa semplice, partecipato e sentito.
“Immaginate dei luoghi: se potessi andare via adesso, dove andrei nel mio territorio? Qual è il posto che mi fa sentire rigenerato e felice?”
Questa prima domanda serve a sciogliere il ghiaccio, e con parole attente e curate prende forma una “cartografia del cuore”; si parla di parchi, giardini, piste ciclabili, luoghi naturali che le persone, nel tempo, hanno avuto la capacità di abitare e reinventare, per dargli la propria impronta e in questo modo farli loro. Si racconta, si riflette, e ascoltando “L’anno che verrà” si scorre la galleria dei nostri smartphone per cercare immagini che raccontino di noi-comunità, e di noi nella comunità.
Questa è la prima di una serie di domande che animano un pomeriggio di febbraio con un cielo plumbeo e il freddo dell’inverno che bussa alle finestre. Ma lì, in quel momento, i nostri schermi si animano, i nostri cuori parlano e raccontano di noi, delle persone che siamo, di ciò che amiamo. E, allora, quella fatica con cui alcuni di noi hanno iniziato il pomeriggio scompare, il tempo scorre veloce e anche chi inizialmente aveva altri impegni che lo chiamavano al rapporto, rimane fino all’ultimo secondo in cui gli è possibile. Sorrisi, saluti e ringraziamenti per aver saputo colorare un pomeriggio con immagini e parole, come solo una comunità viva può fare.

I nostri luoghi: Settimo Milanese

23 Dicembre 2020• di Valentina Maccagni
Questo luogo non ha un nome. Ha un numero: Settimo.
Il nome, come spesso accade, venne scelto per mere ragioni pratiche, in questo caso per indicare la distanza dell’allora villaggio dal centro della città di Milano: “ad septimum lapidem”.
Sette. Non è un numero semplice, ma zeppo di significati e di ricordi per ciascuno di noi.
Sette sono i giorni serviti a Dio per plasmare il mondo, i suoi abitanti, le sue tradizioni e sette sono i cieli, le terre e i mari che Allah ha voluto creare.
Sette le note musicali, le meraviglie del mondo, i colli e i re di Roma, il numero di maglia dell’indimenticabile Shevchenko e, per “quei de Setim”, di Luís Figo.
Sette è il numero della completezza, della perfezione del creato.
Settimo, però, non veniva chiamata così perché luogo perfetto, lo abbiamo detto.
Ma se è vero che un nome non dice il suo destino, spesso, segretamente, lo contiene.
“Ad septimum lapidem” dal centro, la vita degli abitanti di Settimo si avvicina alla vita equilibrata.
Settimo è a misura d’uomo: non troppo grande da disorientare, non troppo piccola da soffocare. Abbastanza lontana dalla città per conservare i propri campi verdi, ma vicina quanto basta per respirarne la vivacità ed assorbirne la mondanità. I suoi abitanti sono tanti ma non troppi, in numero sufficiente perché si possa ancora dire “hai saputo di quello lì? Ma sì dai, quello che…”
È un luogo equilibrato perché in molti ricordano il vecchietto che passeggiava sempre con il sacchetto giallo, in tanti sanno chi è Giovanni “la Pantera Rosa”, Rocco detto “passo felpato”, la bresciana con il cane che si chiama Lelluccio.
Settimo è una città equilibrata perché Settimo non è solo un insieme di vie, di strade, di negozi.
Settimo non è solo le sue chiese e gli oratori, la piazza del mercato del mercoledì, la cooperativa, la festa di fine ottobre sempre sotto la pioggia, la DDS, i giardinetti, la banda, il cinema con i sedili scomodi e il Granaio.
Settimo è i suoi cittadini, quelli passati, quelli presenti e quelli che verranno. Cittadini di una comunità con una precisa identità e l’intima, benché spesso nascosta, consapevolezza di vivere in un luogo equilibrato.
Settimo non è perfetta, non esistono città perfette, ma esiste per ogni cittadino il dovere di lasciare il mondo un posto migliore di come lo si è trovato.
A quelli di Settimo, di oggi e di domani, rimane la grande sfida e l’arduo compito di far sì che un nome non solo contenga il suo destino ma altresì lo sveli.

I nostri luoghi: Rho

11 Dicembre 2020• di Pamela Ruggieri

La città di Rho è difficilmente definibile. Non è Milano. È provincia. Ma uno dei centri più grandi e più importanti della provincia  È la sede di uno dei più famosi poli fieristici d’Italia, ed è stata, soprattutto, la sede di Expo 2015. Per sei mesi, Rho è stata il centro del mondo. Per poi tornare a essere provincia.
Ma non una provincia provinciale, bensì uno dei centri più importanti del milanese. Titolare di un territorio, il Rhodense, che comprende nove comuni, raggruppati sotto quell’aggettivo riferito, appunto, al suo centro principale. Con queste premesse, non sarebbe difficile in linea teorica dare un’identità alla città.
Ma non è che si ami troppo, la città di Rho. Spesso bistrattata dagli stessi rhodensi. È un peccato, perché le potenzialità sono tante. La posizione, certamente, ma non solo.
Il bel centro storico, con le vetrine vecchie e nuove, un po’ sofferenti la vicinanza dei nuovi centri commerciali, ma comunque capaci di attirare un pubblico di affezionati. E passeggiare per il centro, in fondo, è uno dei piaceri che nessun rhodense si negherebbe mai ogni tanto. Nessuno, nemmeno chi non lo ammetterebbe mai, nemmeno chi ama criticare sempre e in ogni caso. Una cioccolata calda d’inverno goduta in una delle tante caffetterie presenti. Un bel cono gelato d’estate, gustato facendo “le vasche” per le vie principali. È un rito che nessun abitante di Rho ha mai mancato di celebrare. La piazza. Con la Chiesa, e le nuove panchine che hanno fatto tanto discutere. Sono belle, sono brutte, stanno bene, stanno male. Sono panchine, che aiutano a viverla, la piazza. E le tante manifestazioni che in quella piazza, in tempi migliori, si sono tenute e le tante che si terranno, quando i tempi migliori torneranno.
Sì, perché a Rho, checché se ne dica, di belle cose se ne fanno tante. E di servizi ce ne sono tanti. E tanto si sta facendo per cercare di farli conoscere ai suoi abitanti. Che a volte un po’ pigri lo sono, va detto. Ma non tutti. Perché tanti rhodensi hanno molta voglia di riprendere possesso della loro città, e non vedono l’ora di poterlo fare. Ce le ricordiamo le file all’auditorium per il cinema, e per il teatro. Le tante presenze agli eventi culturali in Villa Burba. E le persone che fanno sport al Parco Europa. E i bimbi festanti per le manifestazioni per loro lungo le vie della città. Rho.
Rho è una città ancora viva, nonostante i periodici annunci funebri che la danno per spacciata. Resta difficilmente definibile. È quasi Milano, ma non è Milano. È Rho.

I nostri luoghi: Lainate

• di Chiara Zappa

Lainate, terra d’acqua e di verde.
Un tempo le facevano il contorno due fiumi, il Lura e il Bozzente si chiamavano, oggi il Canale Villoresi l’attraversa come un lungo specchio, a volte blu-grigio, a volte smeraldo, a volte fango. Che il suo nome significasse “luogo d’acque” poi non è vero, non lo è perché gli studiosi han detto così, che invece vuol dire altro.
Ma studiosi, che dite! Lainate è terra d’acque e di verde che scorrono come piccole vene e irrorano la città di un’energia sotterranea, vitale, antica che non si svela al primo visitatore o a un occhio distratto, ma che si fa conoscere solo dall’esploratore e da chi ha il coraggio di abbandonare i marciapiedi, passeggiare senza meta e accogliere il selvatico e il bello. Da chi sa come si ha a che fare con l’acqua.
Se camminando per Lainate, voleste fare un ritratto dei suoi abitanti, potreste provare ad osservarli mentre vanno a prendere il pane, chiacchierano in piazza, portano i vestiti a riparare dalla sarta, che ancora queste cose si fanno laggiù, a volte perfino a cuor leggero, perché Lainate è una città ma è anche un paese, di acqua si, e anche di mattoni e clorofilla, nato tra un parco e un bosco quasi scomparso. Avrebbe forse la forma del prisma e, se riuscisse a riproiettare tutta la sua luce, sarebbe un arcobaleno. Oppure un ecadecagono, un solido con cento lati, cento sfaccettature, come le persone che abitano la città. Un solido con così tanti lati da smettere di avere spigoli e diventare quasi un cerchio armonioso.
Se poi, rinunciando a fare un unico ritratto, ma continuando a passeggiare, prestaste l’orecchio, sentireste senza dubbio risuonare in alcune vie una musica popolare, allegra, colorata, che costringe il passo a diventare un saltello e le mani a tenere il ritmo. Svoltando a destra invece, per quella strada alberata, sentireste risuonare un jazz caldo, un po’ intimo, anche un po’ triste. Quante note, in un’unica città. Ora siete in Piazza, davanti a voi l’ingresso della Villa Visconti Borromeo Litta e eccovi avvolti da una musica classica, leggera e insieme elegante e da una moltitudine di visioni di antichi fasti, ricevimenti e danze. Forse anche da creature magiche, perché in una notte di mezza estate, quaggiù, può accadere di tutto. Siete nel cuore pulsante di questa città, immersi dall’incanto e dalla magia della Villa e del suo Ninfeo, il “Palazzo delle acque”, un luogo vibrante e un po’ folle. Attenti a non bagnarvi, quaggiù i giochi si fanno con l’acqua. E con che altro?
Dunque, se desiderate capire Lainate, lasciate i marciapiedi e i supermercati a chi ha poca fantasia.
Bagnatevi in queste acque, inzuppatevi di verde, ascoltate la musica per le strade. La realtà, se ascoltata, può superare l’immaginazione.

I nostri luoghi: Arese

• di Giovanni Formigoni e Alessandro Belotti
La città di Arese è diversa dalle altre città del Rhodense, da ogni punto di vista. Già soltanto entrandoci, le prime volte, ti accorgi come sia un altro pianeta anche per la sua forma e la disposizione dei suoi elementi: i grandi viali alberati; le piste ciclabili; e poi i villaggi, certe case con i tetti spioventi che arrivano fino a terra sembrando quasi baite di montagna.
Arese è indubbiamente nella Terra di Mezzo: un po’ si affaccia su Rho e un po’ sul Bollatese e, se guardi i villaggi, agglomerati di case separati dal resto della città, questi hanno proprio l’aria delle case degli hobbit, quasi come dei funghi nella campagna. Entrarci, nei villaggi, è come entrare in un mondo altro, un luogo fantastico fuori del contesto dell’hinterland milanese. E allora, forse, dovresti pensare piuttosto agli Elfi, per stare nella Terra di Mezzo: sì, Arese è soprattutto Rivendell, Gran Burrone, la casa di Elrond.
È la città degli Elfi perché la comunità aresina ha una marcia in più, come se le fosse restata dalle macchine dell’Alfa che ha prodotto per decenni: vera classe, gente. Lo vedi chiaramente se, sfilando tra i vialoni e gli agglomerati semi-autonomi, ti capita per sbaglio di finire in centro. Perché sì, Arese ha anche un centro! E in centro ci hanno messo la piscina, le floride attività commerciali e i Salesiani. Bastano queste tre cose per raccontare la comunità aresina: verrebbe da pensare che lì siano tutti sportivi, benestanti (uno dei comuni più ricchi d’Italia in effetti), e con uno spiccato senso della solidarietà organizzata, “fatta come si deve”, e in grande scala.
Del resto è questa l’impressione che ci siamo fatte e fatti frequentando gli aresini in questi anni. Una gara di solidarietà e di partecipazione civica permanente, in cui non basta fare qualcosa di utile, si deve farlo con passione e in grande stile: e allora perché un comitato genitori non può diventare un’associazione stabile per partecipare a bandi e fare progetti? E chi lo dice che non possiamo avere sia un Alzheimer Cafè che un vivacissimo centro giovanile come lo Youngdoit? Verrebbe da pensare che con tutti questi Elfi in giro, essere un Hobbit ad Arese non sia così male… certo, sempre che gli Elfi non si rintanino nei villaggi dorati… ma ovviamente anche per questo ci si sta attrezzando: e vai col progetto dei Condomini di Comunità!
Insomma, Arese a volte ricorda il Jazz: mutazioni continuamente vivaci, ma all’interno di regole ben precise e sofisticate.
E poi quanto è cambiata Arese da quando abbiamo iniziato a fare le prime riunioni nella saletta del Centro anziani e nella vecchia Biblioteca. In così pochi anni sono nate tante di quelle cose: dal meraviglioso Centro Civico, l’Agorà – una vera piazza della cittadinanza, con la Biblioteca, il Consiglio comunale che si riunisce lì, gli studenti che studiano, e fuori quando passa anche il mercato – all’altro “Centro”, quello commerciale, immenso, che se qualcuno per stare nella metafora potrebbe accostare all’oscura Mordor, preoccupato dalle sue esternalità negative, qualcun altro ti dice pragmaticamente che dà anche così tanto lavoro…

24 ottobre 2020: la piazza il sabato mattina

13 Novembre 2020• di Tatiana Cogliati

Ho passato diverse giornate a pensare a come rendere l’idea dell’Agorà a cui abbiamo partecipato sabato 24 ottobre, ma non riuscivo a trovare nulla che mi soddisfacesse, che spiegasse non solo il “che cosa”, ma anche il “chi” e il “perché” e, soprattutto, il “come”. Come era stata pensata (in presenza, con tutte le misure di sicurezza, nell’ospitalissimo Palazzo Granaio di Settimo Milanese), come si è svolta (sull’amata e odiata piattaforma di Zoom, ognuno da casa propria), come ci siamo sentiti e sentite nel mentre (assonnati, distratti, confuse, coinvolte, attivi, accesi, connesse), come ci siamo sentiti e sentite dopo.

Poiché in Oltre i Perimetri mi occupo di un pezzo che rientra più nella sfera dei servizi che in quella della comunità, non mi era mai capitato prima di partecipare a una della Agorà di progetto, quindi per me ha rappresentato un’assoluta novità sotto tanti aspetti.

Agorà è una parola importante, come tutte le parole che ci riportano e ci rimandano all’origine, alle lingue antiche da cui derivano non solo grandi parole, bensì grandi concetti:  da ἀγορά, lo spazio pubblico nell’antica grecia; piazza di riunioni e di libero scambio, di merci – certo – ma anche di pensieri e opinioni; il centro vitale della città in cui un Socrate si fermava a discutere con chiunque gli capitasse a tiro; “fulcro delle attività politiche, commerciali, culturali, sociali e religiose” ci dice la Treccani. E poi agorà come assemblea, ma non un’assemblea qualsiasi, bensì l’assemblea degli uomini liberi che si riuniscono per discutere, deliberare e decidere.

Insomma, agorà come spazio di incontro e come persone che si incontrano in uno spazio… e allora sì! Eccoci! E a questo punto non importa nemmeno più che lo spazio sia fisico o virtuale, l’importante è che sia uno spazio di CONNESSIONE, in cui si utilizza una rete per creare una rete di persone, di donne e uomini che si sentono libere e liberi di esprimere il proprio sentito, il proprio vissuto all’interno di un territorio, di un comune di periferia, di una piazza, di un quartiere, di una via, di un negozio, di un progetto.

Ed ecco cosa è stato per me partecipare all’Agorà. È stato sentirsi parte di un gruppo che, con le sue difficoltà, moltitudini e differenze, desidera darsi un’identità, trovandosi a chiacchierare e a scambiarsi emozioni con conoscenti e sconosciuti, con colleghi e cittadine, che si pongono vicendevolmente domande sul perché e il per come ci si ritrova tutti lì, di sabato mattina, dalla comodità delle proprie case…e questo già la dice lunga. Senso del dovere e senso del piacere che si mescolano, tutti che si collegano ancora un po’ assonnati, forse con il pensiero comune del “ma chi me lo fa fare”, con la telecamera spenta e il microfono disattivato, ma poi nessuno che lascia, nessuno che saluta prima del termine. Pian piano arrivano i volti di tutte e di tutti, si accendono i microfoni, si interviene, si mostrano gli sfondi del proprio privato. Si rimane per tre ore in contatto, chi più attivamente chi meno, ma comunque presenti, sul pezzo – direbbe qualcuno.

Ascoltiamo tutti le indicazioni, le direttive e, sì, partiamo un po’ a rilento con i classici momenti di vuoto e silenzio imbarazzante tipici di questa nuova modalità a distanza, in cui per non essere chiamato in causa non devi neanche inventarti di doverti allacciare le scarpe o soffiare il naso: basta scomparire dallo schermo per un attimo ed è fatta! Ma poi qualcuno rompe il ghiaccio e la voglia di confrontarsi, di raccontarsi rispondendo a domande, mostrando le proprie foto a perfetti sconosciuti prende il sopravvento, soprattutto quando ci ritroviamo catapultati in collegamento con un piccolo gruppo misto tra operatori e operatrici, cittadini e cittadine (quante cose ho imparato con questi collegamenti a distanza!) e non puoi più permetterti di sparire perché a questo punto se ne accorgerebbero tutti. In realtà il motivo per cui nessuno scompare più è perché a quel punto la voglia di tutti di mettersi in gioco è palpabile, la voglia di esserci in quella piazza di libere persone e libero scambio, dove sentirti un po’ Socrate e un po’ passante.

Sul come ci si è sentiti dopo posso ovviamente parlare solo per me, anche se qualche idea generale credo di avercela…beh, io sarei dovuta rimanere in quella piazza solo per un’ora e invece sono qui a raccontarvela.

Agorà come condivisione.

Quello che dovete sapere di me | Eva

3 Novembre 2020

La traccia audio potete ascoltarla qui

Ci sono tante cose che dovreste sapere di me, ma forse, sono ancora più quelle che io dovrei e vorrei sapere di me stessa. Trovare le parole per raccontarsi agli altri è un esercizio difficile. Richiede uno stop, richiede tempo per fermarsi a pensare, mettersi davanti ad uno specchio e osservarsi, per cercare di conciliare quello che realmente siamo con quello che invece sentiamo di essere. E non sempre le cose combaciano. Quindi mi siedo, davanti al mio specchio, e chiudo gli occhi. In un primo momento riuscire a guardare la mia immagine riflessa mi costa fatica, e non so nemmeno il perché. Mi guardo, e vedo una giovane donna, con qualche capello bianco che, ahimè, inizia a fare capolino. Una testa riccia che racchiude un mondo. Quello che dovete sapere di me è che sono una persona che ama la vita, nelle sue infinite sfaccettature. Amo la vita e amo le persone, che rendono la mia vita colorata. A volte sono colori caldi, vivi, accesi, altre volte sono più cupi e freddi. Ma in qualsiasi caso, è la miscela di colori che la rende bella. Dovete sapere che sono una persona che ama parlare. Amo chiacchierare con le persone, anche con perfetti sconosciuti che a volte, inaspettatamente, ci regalano parole che ci scaldano il cuore. Ma amo anche i grandi discorsi che si fanno tra amici sorseggiando un calice di vino, che spiana la via per discorsi sui massimi sistemi. Dovete sapere che sono una persona che cerca il confronto; a volte per insicurezza, a volte per guardare le cose da un’altra prospettiva. Dovete sapere che sono empatica, forse troppo, e questo mi porta ad emozionarmi spesso, ad avere la lacrima facile, tanto per il bello quanto per il brutto. Sono una persona che ama rendersi utile, e che se potesse, vorrebbe vivere la propria vita facendo volontariato, ma anche una persona che si rende conto di non poter vivere solo di sogni e che sta faticosamente cercando di trasformare questi sogni nel proprio lavoro, o almeno di avvicinarvisi. Dovete sapere di me che non amo né mare né montagna, ma la collina. Amo le vie di mezzo come la primavera e l’autunno, e forse questo indirettamente dice qualcosa della mia anima da mediatrice, in ogni situazione. Dovete sapere di me che con la mia bella famiglia vivo in una piccola casa di corte, e che non la cambierei per nulla al mondo, perché è la mia bolla felice, e i miei vicini sono un punto fermo. Mi chiedo cosa sarebbe stato il lockdown senza di loro, anzi, mi chiedo come sarebbe la nostra quotidianità senza di loro, senza il vicino musicista che suona jazz ogni sera, la vicina quasi 80enne che è super informa e ama fare aperitivi in cortile tutti insieme e che mi offre sempre una pausa caffè insieme, quella che fa teatro ed insegna, e con cui mi confronto spesso per lavoro. Quella che mi suona per portarmi la torta appena fatta o quella che mi porta il pane appena sfornato. E questo, quest’ultimo punto, dovevate saperlo, perché se sono quello che sono ora, è grazie alle molte persone che compongono il puzzle della mia vita, pezzo dopo pezzo. Un abbraccio, Eva

10 ottobre 2020: il primo appuntamento insieme

21 Ottobre 2020• di Jessica Cremonesi

35 persone, un sabato mattina di sole e l’affascinante spazio offerto da Palazzo Granaio a Settimo Milanese, la cornice perfetta per una giornata d’autunno e un progetto in partenza.
Triage all’ingresso, mascherine, sedie distanziate e disposte su due semicerchi concentrici. In una situazione di normalità, tutta questa prima fase non sarebbe esistita, ci sarebbero stati abbracci, strette di mano, baci e pacche sulla spalla. Ma ormai tutti noi siamo abituati a queste nuove routine, e quasi non ci facciamo più caso.
Per senso di responsabilità civile la stretta di mano è stata sostituita da un colpetto con gomito, tenendosi comunque lontani, ma questo non ha comunque raffreddato l’atmosfera e spento l’entusiasmo, quell’aria frizzante e carica di energia che solo un progetto in costruzione può portare. É stata la prima volta che, dopo tanto tempo, abbiamo potuto fare un incontro in presenza, vedendo le altre persone per intero, e non solo fino alla vita, appiattite sullo schermo. Beh, è stata una conquista importante.
Confusi ma eccitati, spaesati ma convinti nel nostro voler partecipare, nella volontà di portare il nostro contributo, abbiamo iniziato la giornata insieme. Scrittrici e scrittori, cercatrici e cercatori, raccoglitrici e raccoglitori, curatrici e curatori. Ognuno di noi, compilando un questionario online nei giorni precedenti, aveva cercato di definire quale potesse essere il proprio ruolo in questo grande progetto comune. Un progetto che per molti era ancora molto fumoso ma i cui contorni si sono definiti pian piano durante la mattinata: raccontare la storia della nostra comunità attraverso gli occhi e le parole di chi, la comunità, l’ha vissuta e a volte, conosciuta, grazie al progetto di Oltre i perimetri, oggi diventato Rica. Sguardi diversi, storie diverse vissute in tempi diversi, ognuno con i propri interessi, le proprie competenze, i propri spazi.
Perché quello di Comunità, è un concetto difficile da pensare, da definire. È molto più semplice viverla, entrare a farne parte, in punta di piedi a volte, ma assaporandone il gusto, sentendone il profumo, percependo il calore che deriva dal contatto con l’altro, da quelle relazioni che si costruiscono e, a volte, diventano amicizia. È un’esperienza difficile da documentare, da raccontare, da rendere accessibile a chi non ne ha fatto esperienza.
Per questo serve il contributo di tutte e di tutti noi. Delle operatrici e degli operatori che i laboratori di comunità li hanno dati alla luce, li hanno curati, coccolati, li hanno visti crescere e li hanno mantenuti vivi e uniti durante il difficile periodo del lockdown. Delle cittadine e dei cittadini, sostanza prima di cui i laboratori stessi si nutrono. Dai 16 ai 50 anni, da esperienze di volontariato in alternanza scuola lavoro, a gruppi di attori, di lettrici e di lettori, a donne straniere che si sono ritrovate e hanno partecipato a laboratori di italiano, che hanno portato e messo in comune cibi e pietanze che raccontano le loro origini. Persone comuni, di ogni provenienza ed età.
Insieme, nel corso della mattinata, abbiamo imparato quali sono gli strumenti utili per creare il nostro racconto: parole e immagini, voci e testi scritti. Ognuna e ognuno di noi avrà un ruolo e un compito preciso: chi dovrà cercare “la comunità” e incontrarla, chi dovrà raccogliere storie tramite interviste, chi dovrà raccontarle con fotografie, chi dovrà trascrivere in testi scritti le voci, chi dovrà organizzare tutto il materiale e metterlo a sistema, dandogli, piano piano, una forma sempre più definita.
Giustamente, una domanda sorge spontanea: perché? Quale vuole essere il senso di questo lavoro?
Io credo che nasca dalla volontà di raccontare il Bello, quello che nasce dalle relazioni e dalla vita comunitaria, per metterlo a disposizione di chi vorrebbe provarlo sulla sua pelle, magari cercando di replicare questa esperienza.
Vuole essere un modo per dire “Guarda, sembra impossibile, ma SI PUO’ FARE, e noi lo abbiamo fatto così…”. Ma anche un modo, per chi ha vissuto le esperienze che andremo a raccontare, di riviverle, di ripensarle con uno sguardo diverso, forse più analitico… che poi si sa, quando si rivivono i ricordi, a distanza di tempo, le fatiche e magari anche le incomprensioni, ciò che c’è stato di complicato scompare e rimane solo il Bello.
E poi…questo WebDoc vuole anche essere un modo per continuare a stare e fare comunità, un modo per crescere, per evolversi, perché la comunità è in divenire e non è mai uguale a se stessa.
In queste quattro ore, dopo aver sperimentato in prima persona le interviste (da intervistati ed intervistatori), dopo aver compreso il significato e la potenza delle immagini, e ancor di più della scelta delle immagini stesse nell’elaborazione di una storia, tiriamo le fila e ci salutiamo.
Non so dire se più o meno confuse e confusi che all’inizio della mattinata, ma sicuramente ora con un mandato, con un compito per ciascuno di noi, che in questa mattinata ci siamo trovati e ritrovati per costruire qualcosa di nuovo, per dare forma al “Bello” di cui siamo state e stati protagonisti.

Di cosa è fatto quello che stiamo facendo: i ruoli

• di Redazione

Come si costruisce un WebDoc? Intanto grazie a un gruppo di persone appassionate e desiderose di raccontarsi e di raccontare il proprio lavoro con la comunità. Nel nostro ci sono persone che nella vita fanno tante cose diverse tra loro, che nella vita ricoprono ruoli diversi tra loro. La prima cosa che abbiamo fatto è stato organizzare il nostro gruppo intorno ai compiti da svolgere. Per ora abbiamo individuato alcuni ruoli, personaggi di cui abbiamo bisogno perché la nostra storia possa funzionare.
Eccoli.

Cercatrici e cercatori
Abbiamo bisogno di persone che si mettano in cerca di storie da raccontare, di altre persone da coinvolgere, di contesti interessanti che potrebbero ospitarci (luoghi, servizi, eventi). Stiamo cercando persone che conoscono bene il proprio territorio, che hanno contatti che hanno voglia di condividere, che si sentono a proprio agio a spiegare cosa faremo e a motivare alla partecipazione. Le cercatrici e i cercatori avranno il compito di segnalare al resto del gruppo e di preparare il contatto, aggiornando di frequente un file condiviso che riporta tutti i contatti utili.

Intervistatrici e intervistatori
Abbiamo bisogno di persone che facciano domande e raccolgano le storie che incontreremo. Stiamo cercando persone curiose, che hanno piacere a parlare con chi non conoscono, che hanno piacere ad ascoltare ma che sanno anche quando intervenire in una discussione. Le intervistatrici e gli intervistatori useranno il proprio telefonino come un registratore, come una videocamera, come una macchina fotografica perché ogni traccia e ogni persona incontrata possa entrare nel nostro archivio.

Tecniche e tecnici
Abbiamo bisogno di persone che sappiano fare funzionare i nostri strumenti di lavoro e che possono affiancare chi è in cerca e chi fa le domande. Stiamo cercando persone a cui piace fare le foto, tenere l’asta di un microfono, preoccuparsi della luce, avere sempre con sé i cavi necessari. Le tecniche e i tecnici avranno il compito di risolvere problemi e di affrontare le sfide che potrebbero rendere più complicato il lavoro degli altri personaggi.

Scrittrici e scrittori
Abbiamo bisogno di persone che scrivano i tanti testi che produrremo. Stiamo cercando persone che sanno leggere e scegliere quello che vale un po’ più del resto, che sanno prendere una lunga frase un po’ involuta e trasformarla in un testo diretto e piacevole, che hanno il piacere di scrivere sceneggiature e dialoghi, che cercano sempre nuovi modi di scrivere le domande aperte. Le scrittrici e gli scrittori utilizzeranno i propri telefonini e i propri computer per scrivere su file condivisi.

Curatrici e curatori
Abbiamo bisogno di persone che mettano ordine nei materiali che raccoglieremo. Stiamo cercando persone che non si spaventano davanti al disordine creato da tante parole, da tanti suoni e da tante immagini ma che hanno il piacere di cercare i fili rossi che possono legare tra loro le storie. Sono persone che sanno catalogare in modo ordinato i materiali a partire dalle assonanze e dalle similarità che hanno scoperto. Sono persone che dialogano con tutte le altre per sollecitare nuove ricerche e nuove domande che rendano le collezioni più belle e più complete. Le curatrici e i curatori utilizzano le cartelle condivise, adottano parole chiave e tag per organizzare i materiali, preparano schede sintetiche e mappe per muoversi tra i materiali.

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